.......e
alla fine dei giochi siamo arrivati
a La Rochelle,Francia Oceano Atlantico.

Degna
conclusione di un viaggio in auto
senza mete obbligate lungo le coste
della Bretagna.
Là dove tutto sa di vela e
dove l’oceano respira dentro
ogni bretone che si rispetti, dal
più piccolo al più
anziano. Con la morte nel cuore lasciamo
la Bretagna e arriviamo a La Rochelle
,detta anche la bella e
la ribelle per il suo prestigioso
passato, in un primo pomeriggio
di settembre provenendo da Carnac,
il
più importante sito di megaliti
preistorici del mondo e andiamo alla
ricerca dell‘ufficio turistico
per trovare
un albergo per la notte.
L’ufficio
turistico si trova proprio di fronte
ad uno dei tanti marina che vivono
all’interno città.
Giustamente una città di mare
deve vivere sul mare e nel mare. L’ impiegata
dell’ufficio è gentilissima
e
ci trova un albergo a poco prezzo
proprio nel centro storico. Usciamo
dall’ufficio. La strada corre
lungo i
margini di una banchina e si eleva
rispetto a questa di un metro circa.
C’è anche bassa marea,
tale per
cui da dove mi trovo si vede solo
la sommità degl i alberi
delle barche che sono ormeggiati
all’ inglese
lungo la banchina.
L’armo di un due alberi però
mi incuriosisce e mi avvicino. Non
c’è il marocchino, quel
cavo che unisce
le due teste d’albero rendendoli
solidali l’uno all’ altro
ed inoltre ogni albero ha tante sartie
pur essendo
dotato di crocette.
“Guarda
te come sono incavigliate agli alberi
quelle sartie! Mai visto una cosa
così” dico a Cristiana.
A
quel punto ci guardiamo in faccia
con aria sbalordita
“Vuoi
vedere che è proprio lei? Vuoi
vedere che è proprio il Joshua?"

Attraversiamo
di corsa la strada e scendiamo sulla
banchina e la vediamo. Si è
proprio lei, è il Joshua
la barca di Bernard Moitessier. Saremo
retorici e infantili, ma nel guardare
questo gioiello che in Francia
è considerato monumento nazionale
siamo commossi ed emozionati.
Lasciamo l’ auto lì dove
si trova e ci sediamo sulla banchina
di fronte alla barca e restiamo a
guardarla
in religioso silenzio.
E’ impressionante pensare a
quante onde si sono rovesciate su
queste fiancate e su questa coperta
e.
a quanto vento ha fischiato attraverso
a queste sartie.
Con questa barca un marinaio leggendario
ha percorso la “Lunga Rotta”.
Sulla
fiancata di dritta più o meno
a livello del mascone si vedono ancora
i segni del naufragio nelle
spiagge di Capo San Lucas, dove un
uragano fece strage di barche ma non
di lei, che era concepita
come un carro armato, solida, stagna
e inaffondabile. Lei usci dall’uragano
che la buttò in spiaggia
ammaccata ma ancora viva. Lei ancora
naviga con le sue linee semplici ed
essenziali.
Nella
stessa banchina a poca distanza, ci
sono ormeggiate barche imponenti e
meravigliose.

Posso garantire che non hanno la sua
classe. Non reggono il confronto.
In questi mostri di tecnologia
e di carbonio non solo non c’è
la storia ma manca soprattutto l’anima.
Resta da pensare a quando si
navigava con niente, quando la differenza
la facevano gli uomini con il loro
spirito.
Non credo che sia solo una differenza
di materiali di costruzione.
Sono convinto però che la differenza
con le barche attuali stia nello STILE
nella sua più pura definizione
Moitessier diceva che chi non comprende
che una barca a vela è una
“cosa viva” non ha capito
niente di
barche.
Sul
Joshua c’ è un uomo intento
a lavare la coperta. Ha un bello sguardo,
simpatico e amichevole.
Si accorge di noi e probabilmente
resta colpito dalla nostra espressione
sicuramente stralunata.
Ci salutiamo e gli dico in inglese
che siamo venuti dall’Italia
espressamente per vedere questa barca.
Di certo esagero, ma non più
di tanto. Scambiamo un po’ di
parole e alla fine ci invita e salire
a bordo.
Abbiamo
letto talmente tanto di Bernard Motessier
e della sua lunga storia d’amore
con questa barca
che ci sembra di salire sulla barca
di un amico, di un vicino di
banchina. Tutto sommato non
è una
sensazione assurda. Moitessier e il
suo Joshua infatti sono amici di tutti
noi che gioiamo nell’andare
per mare. Sono amici di tutti noi
che amiamo il vento il sole e le onde,
la triade degli dei del marinaio,
come diceva Bernard.
Una
volta entrati nel ventre della barca
mi limito a osservare, a guardare
questi interni così spartani
ma
al tempo stesso confortevoli, senza
toccare nulla senza sedermi sui divani
della dinette.
Perché, sarà suggestione
o una stupida romanticheria, ma Bernard
è ancora qui dentro,
qui brilla ancora la sua stella.

Strano
pensare che questa barca ha corso
libera e felice per migliaia di miglia
attraverso i sette mari.
Dall’esterno la barca sembra
una barchetta, nessuna sensazione
di imponenza nonostante i suoi 12
metri di lunghezza. Pozzetto piccolo,
ben riparato, ruota del timone minuscola
coperta priva di inutili
ingombri e a poppavia dell’albero
maestro la sua famosa manica a vento,
ricavata da una camera d’aria
di camion. L’avranno sicuramente
cambiata nel corso di questi anni,
ma è bellissima!
Scendiamo
dalla barca dopo aver bevuto un bicchiere
di Muscadet con il simpatico personaggio
che ci
ha fatto salire e lui ci dice che
l’indomani salpano alle sette
del mattino per portare la barca a
salutare
la partenza di una regata.
“Ok
vi veniamo a salutare domani!”
Detto
e fatto. Sono quasi le sette ed è
ancora buio quando l’indomani
ci sediamo per la seconda volta
sulla banchina del porto per veder
salpare il Joshua.

Dopo
di lei escono dal porto le barche
che prenderanno parte della regata
e ci rendiamo conto che non
è una regata qualunque ma è
la Clipper Around The World, regata
attorno al mondo per equipaggi non
professionisti e chi meglio del Joshua,
l’uccello dei capi poteva salutare
la partenza di una regata attorno
al mondo?

Ciao Bernard, ovunque tu sia!
il
nostro socio Graziano si è
talmente eccitato nel vedere la barca
del suo mito che ora cammina così

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